mercoledì 17 giugno 2015

L'ALITO DEL BOSCO


L’alito del bosco si leva con forza al calar della sera, sento la sua energia, il suo pulsare di vita. Dopo il caldo del giorno, la frescura cala su di me e su questo mondo montano.
Odore di erbe e di fiori.
Mille profumi arrivano con l’aria fresca della Montagna.
Da solo è tutto più intenso, sia le belle emozioni, sia i timori ancestrali che scendono su di me insieme al tramonto.
A quest’ora e con questa luce, tutto si trasforma in qualcosa di magico, di onirico.
I pensieri che si affacciano alla mente sono pregni di qualcosa che sembra non appartenermi nella quotidianità cittadina, ed insieme ai profumi mi sembra di udire le voci dei briganti intorno al fuoco, mentre si preparano a scendere a valle col favore delle tenebre.
 Sento piccoli passi saltellarmi intorno, un lento batter d’ali come fosse un logoro mantello.

Un’ombra sembra trasformarsi in un essere animato, qualcosa si muove… 
tutto si ferma in un istante, il respiro fa troppo rumore e lo sospendo nell’intento di percepire anche il rumore più debole.
Paura. Il silenzio diventa assordante ed anche il cuore sembra dar fastidio all’udito, dovrei sospendere anche il battito cardiaco per sentire meglio ogni fruscio, ogni rumore di passi.
Immobile, pietrificato dalla paura, potrei restare tutta la notte così, con gli occhi spalancati che non osano battere ciglio, in attesa che qualcosa accada, qualsiasi cosa che mi tolga dall’immobilità. Niente accade per molti interminabili minuti.

Allora decido di muovermi io, con uno scatto prendo in mano il coltello ed accendo la torcia frontale illuminando l’ombra, cercandola con gli occhi spalancati dalla paura. 
Mi giro di scatto per vedere chi c’è dietro di me poi ancora di scatto per guardare avanti, ma non c’è niente, assolutamente niente, oltre ad un ramo secco penzolante da un albero. 
Se ci fosse stato un amico insieme a me avrei riso forse, ma da solo, pur essendo certo che non c’è nessuno, non ho affatto voglia di ridere, resterò guardingo per tutta la notte, pronto a scattare al passaggio furtivo di un’ombra di montagna. 
Resta soltanto il silenzio,un silenzio abitato da mille sospetti.

Avrei anche sonno ma l’ombra mi ha reso inquieto e resto ad occhi aperti nel mio sacco a guardare le stelle.
 Intanto la mente vola tra la luce abbacinante del giorno e il ricordo dei mille passi fatti con un piede che avanza dopo l’altro con un ipnotico automatismo, per poi posare l’attenzione sulla freschezza delle stelle, in un cielo azzurro scuro limpido come mai. 
Il sonno sta aprendo le porte ai sogni che si affacciano dalle stelle e ciò che spesso dura poco questa sera sarà molto lungo. 
Per molto infatti resterò in bilico in quello stato tra sogno e veglia, in una terra di confine sconosciuta e misteriosa dove i sogni si mischiano alla realtà, dando forma a pensieri bizzarri e sfuggenti, sogni vividi come pensieri incoerenti. Alla fine il pensiero fugge lontano lasciando tutto lo spazio al sonno ristoratore ed al sogno libero di rigenerare le mente. Tornerà quando gli occhi si riapriranno nella fresca alba montana della Montagna madre. 

mercoledì 10 giugno 2015

SOSPENSIONE TEMPORANEA

Sospendo temporaneamente le pubblicazioni, in quanto devo prima sistemare e poi rieditare tutto il materiale proveniente dal vecchio sito. Nel frattempo sto preparando bagagli video e animali, insomma un bel da fare.
A presto cari amici !

sabato 6 giugno 2015

UNA SERA DI LUGLIO



E’ notte, guarda il cielo, cosa banale. Tutti i giorni della nostra vita sulle nostre teste e non ci accorgiamo più di lui. Siamo troppo abituati ai soffitti. Come siamo stupidi, tutti i giorni e le notti della nostra vita può regalarci pensieri, riflessioni ed emozioni, così profonde e pure…
Potremmo crescere ogni giorno ed ogni sera un pochino di più, fermandoci a riflettere. Ma noi no, andiamo di fretta, e quando ci stendiamo sul letto ormai stanchi, l’unico cielo che guardiamo è il soffitto, prima di spegnere la luce.
Siamo piccoli ed insignificanti granelli di sabbia, in balia di un vento, ora quieto ora turbinoso… Piccoli ed insignificanti al cospetto della volta celeste. Tra noi e le stelle una vastità insondabile che sottolinea la nostra piccolezza e la meraviglia dell’infinitamente grande. L’infinito.
E noi miseri granelli impauriti, sbattuti dai venti, contro rovi e pietre roventi, ammiriamo, devastati dalla nostra stessa bassezza e miseria. Ma come sabbia e vento possiamo modellare la roccia dei nostri cuori.
La vita?
Un lampo !
Perché sprecarla senza guardare il cielo…

Ap 2005

venerdì 5 giugno 2015

DI NUOVO QUESTO BLOG

Si, di nuovo tutti contenuti verranno trasferiti in questo blog, il sito verrà chiuso ! Aggiornamenti entro pochi giorni.

mercoledì 27 maggio 2015

MEZZO PRETE, MEZZO PASTORE, MEZZO RIBELLE

DODICI GIORNI IN SOLITARIA SULLA MAIELLA, RACCONTATI COSI'

  L’idea di affrontare la Maiella da solo, nasce per mettermi alla prova in un ambiente che amo, ma è una piccola cosa che serve soltanto a me. Voglio partire dal basso, raggiungere la parte alta e restare in quota per un po’ di giorni, verificare il mio stato di allenamento sottoponendomi alla dura prova di portare una discreta quantità di peso sulle spalle e fare la traversata del massiccio della Maiella. Nella fase successiva aumenterò il carico di lavoro facendo non solo la traversata, ma concatenando la traversata classica con il periplo di tutto il massiccio, sempre e solo in solitaria, poi verrà l’inverno e, chissà…

Questo è il mio obiettivo, vivere le meraviglie della natura montana, affrontarne i disagi , assaporarne tutto il gusto, immergermi in essa senza distrazioni, senza possibilità di scampo da me stesso. Quando cerco risposte alle mie domande, a volte arrivo ad un punto morto in cui sarebbe inutile e deleterio continuare ad insistere. A quel punto si affaccia l’esigenza dei grandi spazi, la mente trova così un modo di ossigenarsi, rigenerarsi.

 I grandi spazi, le solitudini, esperienze vissute come gocce di vita pura. In quel posto “altro” trovo una dimensione di completezza. Con il mio sacrificio fisico e anche psicologico, trovo il modo di sublimare i miei stati d’animo. Le necessità si semplificano e acquistano valore.
La vista si fa più forte, e un altro angolo di visione mi fa comprendere qualcosa di nuovo, a volte qualcosa di ovvio che però dal basso non avevo visto. Le mie più grandi scoperte personali, non sono grandi cose, spesso soltanto un dettaglio che fa la differenza, un virgola, un ingrediente infinitesimale che messo al posto giusto cambia le cose in maniera radicale.

Questo è un po’ il racconto, un po’ il resoconto
Sono partito dalla parte bassa della Valle dell’Orfento, dove ho fatto scorta di acqua a una fonte, sotto lo sguardo incavolato di un daino che mi abbaiava da sopra il dirupo, forse perché stavo bevendo alla sua fonte, non so, ma di sicuro abbaiava. La scorta d’acqua per un totale di 11 litri con i 23 kg di attrezzature e cibo fanno un totale di ben 34 kg sulle spalle. Questo per evitare di soffrire la sete per giorni e dover rinunciare al mio progetto, come già successo quindici anni fa, quando arrivai per la prima volta sulla Maiella. Certo che prima di affrontare questo sforzo mi sono allenato abbastanza, soprattutto ho curato l’alimentazione grazie ai consigli di un personal trainer.

 Senza i suoi preziosi consigli sull’allenamento e soprattutto sull’alimentazione, ammetto che sarebbe stato molto più faticoso, forse sarei arrivato al limite delle mie possibilità o addirittura avrei dovuto rinunciare.

Quando si va in montagna da soli, almeno secondo i miei standard di sicurezza, non si deve mai arrivare al limite, ma avere sempre un buon margine fisico e mentale, che ti permette o una rapida ritirata nel caso la faccenda si metta male, o di restare sulla montagna anche se le cose si sono messe male ma non puoi ritirarti, se per qualche motivo rimani bloccato.

Partire dalla Valle dell’Orfento, vuol dire iniziare l’ascensione a circa 1080 m di quota e raggiungere i 2793 m percorrendo l’erto sentiero che porta al Monte Rapina, da lì al Pesco Falcone, ai Tre Portoni e in fine Monte Amaro, dove avrei riposato qualche giorno girando nelle vicinanze, prima di ripartire.

Questo significa un dislivello di circa 1700 metri in un giorno e mezzo, considerando la notte al bivacco, quindi certamente notevole ma non estremo, se non fosse per il peso che trasporto, e il sentiero che non è un sentiero, ma un prato verticale, senza una traccia da seguire se non una linea immaginaria, tranne un ometto (mucchio di sassi che indicano la giusta via) ogni tanto.
Cammino su ciuffi d’erba dura e fitta che fanno girare di lato la caviglia fino al limite estremo consentito dallo scarpone, salgo con un passo da lumaca sotto il peso di uno zaino che sembra pesare sempre di più, cerco di mantenere il battito cardiaco sotto ai 120 battiti, e di non arrivare al fiatone, ma non sempre ci riesco. Nella fretta della partenza ho dimenticato nella mia auto i bastoncini telescopici, vorrei piangere per questa dimenticanza. Con tutto quel peso sulle spalle ed un terreno così a accidentato, non solo si fatica molto di più, ma è anche pericoloso cadere.



 Devo procedere lo stesso, lavorando solo di gambe. Attraverso dapprima un prato di bassa quota con il timore di incontrare qualche vipera. Attraverso prati con popolazioni di ragni dal culo bianco, non so come si chiamino, ma, di fatto, erano così, e da aracnofobo non mi curo di saperne i nomi, tranne che per quelli più terrificanti o velenosi, o che hanno una qualche particolarità che mi colpisce, come ad esempio l’Argiope Fasciata. L’ ho incontrata poco più in alto, ma non ho avuto la forza di togliermi lo zaino per fotografarla. Infatti, togliere lo zaino così pesante, è quasi più doloroso che camminarci ed anche per riposarmi, preferisco sedermi su un sasso se ce n’è, con lo zaino indossato o al limite restare in piedi fermo.

Se avessi avuto i bastoncini telescopici, mi sarei riposato meglio e soprattutto non avrei camminato come una marionetta disarticolata per tutto quel disgraziato percorso di ciuffi d’erba scivolosa, buche e buchette più o meno profonde nascoste dai ciuffi, e una pendenza quasi verticale, che mi costringevano ad avanzare mettendo letteralmente un piede davanti l’altro, con un passo così breve che a volte col tallone di un piede mi calpestavo la punta dell’altro.


 Questo era il mio incedere lento e silenzioso, mentre intorno alle mie gambe un esercito di grilli e cavallette saltavano di continuo. Stormi di mosche inferocite mi seguivano, forse dandosi voce l’un l’altra che c’era una specie di cavallo simile a un dromedario che arrancava con la lentezza di un bradipo e soffiava come una serpe. Si nutrivano del mio sudore, cercavano di cavarmi gli occhi, esploravano le mie narici e persino le mie orecchie e poi, essendo costretto a respirare con la bocca aperta, più di una l’ho anche ingoiata, con mio enorme schifo.


 Intanto il prato verticale le buche ed il peso, cominciavano a mortificare i miei piedi delicati, le 29 ossa del piede, tutti i suoi tendini e muscoli subiscono una miriade di sollecitazioni alle quali non sono abituati, soprattutto la pelle tenera ne risente, gonfiandosi e lacerandosi costringendomi a fermarmi per le prime riparazioni, prima il solito ago per bucare le vesciche con il solito filo da cucito lasciato dentro per favorire il drenaggio del liquido, in seguito i vari cerotti compeed.


Il giorno dopo avevo quattro compeed su ogni tallone, due giorni dopo, compeed anche in altre parti del piede, anche sui mignoli, anche sotto al tallone, fino a finire la mia scorta di compeed e cominciare a mettere nastro da elettricista a contenere il tutto, ma senza quegli scarponi pesanti, mi sarei sicuramente spezzato i malleoli. Passo dopo passo, immerso nei grandi spazi della Montagna Madre, da una vegetazione sempre più rada, assaporo tutta a bellezza dei panorami, perso nei miei mantra personali.Un dolore lancinante proviene dai miei piedi, e alla fine sarà il mio chiodo fisso. Un dolore che si impossessa non solo della parte ferita, ma anche della mente.

 Col trascorrere dei passi sembra quasi che io mi stia abituando a quel dolore, quasi lo dimentico, sembra assuefazione, ma dopo un po’ compare un altro tipo di dolore che parte dal piede e si conficca nel cervello. Ho raggiunto almeno il quinto livello di sopportazione, ma sarà durante la discesa che scoprirò almeno altri tre, forse quattro livelli di sopportazione, e chissà quanti saranno…  Non posso fermarmi troppo a riposare, 1700 metri di dislivello con il mio avanzare lento, sono almeno dodici ore di marcia, sono partito all’alba e devo necessariamente arrivare ai Tre Portoni (località dove il mio sentiero si incrocia con quello proveniente dal Blockhaus) prima che faccia buio, perché da li dovrò passare su una cengia abbastanza stretta che si affaccia sulla valle Cannella con la roccia da una parte e un dirupo di 200 metri dall’altra.

Ogni intoppo, sia la nebbia che comincia ad infittirsi o qualsiasi altro imbroglio del tempo, o altro imprevisto, significheranno il mio rientro anticipato, se l’intoppo si verifica prima delle quattordici. Se si verificasse oltre quell’ora, potrebbe significare dover passare la notte all’aperto in chissà quale posto, con chissà quali condizioni meteo. Per questo motivo ignoro il dolore e l’estrema fatica avanzando inesorabilmente con una sorta di volontà che quasi non sembra mia. Alle 12.30 sono in vetta al Monte Rapina, un panorama stupendo che però viene presto turbato da una nebbia fitta che in alcuni momenti mi costringe a fermarmi ed aspettare che si diradi.

 Poco più avanti scopro che la cresta che congiunge Monte Rapina con Pescofalcone, è letteralmente invasa da un mugheto. Il pino mugo è una specie di pino a forma di cespuglio dal portamento piuttosto schiacciato, si sviluppa più in circonferenza che in altezza, in un intrigo di rami. Alcuni sentieri sono stati aperti, ma finiscono subito dopo. La strada è sbarrata. Ci sono soltanto due possibilità, una impraticabile, ovvero l’attraversamento del mugheto, sarebbe come volersi rompere per forza una gamba tra i rami intricati, impiegare dieci ore a traversarlo, compreso bivacco notturno, forse sotto la pioggia. L’altra è quella di aggirare il mugheto avvicinandosi ai faraglioni che danno sul versante di Sant’Eufemia a Maiella, un “fuori sentiero” che mi rallenterebbe moltissimo costringendomi comunque a bivaccare sul Monte Pescofalcone.

La sicurezza in montagna deve venire sempre prima, occorre calcolare bene i tempi e tenere d’occhio costantemente il barometro perché una variazione meteo può significare un disastro. Resto lì un bel po’, assistendo allo scontro del mio ego che cerca la propria soddisfazione e vuole a tutti costi superare l’ostacolo e la razionalità che invece impugna la saggezza, sapendo che qualsiasi altra cosa che non sia il ritiro, sarebbe troppo rischiosa.

Alla fine ha vinto la saggezza derivata dall’esperienza, ma ammetto che è stata aiutata dalla paura. Sì, dalla paura dei fulmini, unica cosa che in montagna mi terrorizza, ho cominciato a sentire boati provenienti dal Morrone, e una notte sotto un temporale in quota non è da farsi. Accetto la sconfitta, devo tornare in basso e ricominciare tutto da capo, e devo tornare in basso in fretta se voglio ripararmi al rifugio che si trova 800 metri più in basso. Sarà durante questa discesa che scoprirò ulteriori livelli di dolore provenienti dai piedi.

Le ginocchia ben allenate non risentono dello stress dei piegamenti pesanti e continui, ma i piedi invece, ad ogni passo sono sottoposti ad una pressione di oltre 120 kg, vengono letteralmente macinati i talloni, la punta delle dita sempre a contatto con lo scarpone, i ciuffi d’erba mi costringono a camminare lateralmente obbligando anche la caviglia ad una super torsione continua, un vero massacro del corpo. In alcuni tratti il prato è talmente verticale che lo affronto in una maniera assolutamente non convenzionale, ovvero sedendomi sul prato e scivolando col sedere sull’erba, ovviamente con lo zaino indossato, prendendo velocità e saltellando sul culo ad ogni avvallamento pronunciato.

Mi viene in mente una ragazza spagnola che fece la stessa cosa sul ghiacciaio del Gran Paradiso per discendere più in fretta, ma ad un certo punto i ramponi si conficcarono nel ghiaccio e cominciò una discesa di testa-piedi arrivando 200 metri più in basso a forza di testate e impuntate, miracolosamente viva ma piuttosto sfasciata.

Ci volle l’elicottero e molte ore di lavoro per portarla in salvo. Dopo un po’ decido che forse è meglio continuare a camminare. Passerò una notte silenziosa a lume di candela nel rifugio, in contemplazione dei miei dolori, della mia sconfitta, del modo per recuperare.

 Prima di dormire esco dal rifugio per un bisogno fisiologico, accendo la mia torcia puntandola nel prato che ho davanti e vedo sei o sette paia di catarifrangenti che mi guardano immobili. Daini? Caprioli? Cinghiali o lupi? Non sono in grado di dirlo, loro sono immobili davanti a me, non so se sono intimoriti dalla mia presenza e dal fascio di luce, ma sicuramente non lo dimostrano. Io un po’ di fifa ce l’ho, ma non la dimostro, perché dargli soddisfazione?

Ho la porta alle spalle, e dopo un lungo sguardo con queste bestie ignote rientro nel rifugio sprango la porta, e passerò una serena notte. Trasferimento sul versante del Blockhaus, aspetto un giorno nella speranza che il tempo migliori, altrimenti non potrò ne scattare foto ne fare riprese.Riprendo possesso dei miei bastoncini telescopici. Il giorno seguente sarà una bella giornata, salgo fino al bivacco Fusco con gli occhi pieni delle meraviglie che ho davanti, paesaggi impervi e mozza fiato mi catturano la fantasia, passano veloci le cinque ore che impiego ad arrivarci, quasi una passeggiata se confrontati alla via della Rapina.

 Resto in ammirazione davanti alla parete nord delle Murelle, affascinato sia dalla bellezza delle architetture naturali, sia dalla difficoltà alpinistica di quella parete. Più in alto, davanti al bivacco Fusco, si apre l’anfiteatro glaciale delle Murelle, anch’esso uno spettacolo della natura, tra pinnacoli, cavità, un vecchio stazzo ormai diruto, uccelli che fuggono e due aquile che girano in tondo. Un silenzio irreale di fronte a tanta vastità minerale, mi attrae al punto da passare quasi mezza giornata ad osservare quelle pareti, fotografarle, filmarle. Sento dei sassi cadere in lontananza, molto lontano, esattamente a un chilometro e cento metri, l’anfiteatro ha un’acustica perfetta. Mi giro a guardare cercando la causa di quella caduta di pietre, scrutando con attenzione le pareti, ancora altre scariche di sassi che cadono lontano.

Cerco con lo sguardo fino a scoprire una nutrita mandria di caprioli sulla vetta di una grande torre di pietra che contorna la nord delle Murelle. Con la macchina fotografica in mano ed il tele cerco di fotografarli, ma la distanza è troppa e l’obiettivo senza cavalletto è troppo sensibile al “mosso”, ciò non mi permette di fare foto stabili. Saranno comunque venti, forse venticinque camosci che scorazzano in luoghi apparentemente inaccessibili, belli, liberi, e probabilmente felici. Altra notte in montagna, ma questo versante è più frequentato e alle 19.30 arriva una ragazza, subito dietro un’altra ragazza ed un uomo, purtroppo sono venuti a dormire nello stesso bivacco dove ho deciso di passare la notte io.

 Dico purtroppo perché gli spazi di un bivacco sono ridottissimi, ed in fondo non sai mai con chi stai dormendo, con chi dovrai condividere il tavolo e il russare notturno, le luci che si accendono in piena notte e ti svegliano, il rumore delle buste di plastica e poi in fondo, io sono venuto a cercare anche la solitudine nella natura.

Il più delle volte succede che ci si ritrova a conoscersi, si scoprono persone piacevoli con interessi simili, e passato il primo approccio, poi tutto fila liscio. Tranne quando fai una stupidaggine come ho fatto io quella sera, tentando di riaccendere il fuoco che si spegneva continuamente, ho versato la benzina del mio fornello sulla legna, troppo vicino ad una fiammella ancora accesa ed in un istante la bottiglia della benzina bianca s’incendia, inutilmente cerco di spegnerla, dovrò aspettare che bruci tutta la benzina prima di ripulirla e riporla nel sacco. Uno stupido errore che mi costerà molto nei giorni successivi.

Il percorso verso Monte Amaro è quasi tutto di cresta un susseguirsi di salite e discese al di sopra dei duemila metri, vette arrotondate, pietraie infide, scorci panoramici meravigliosi. Una splendida giornata di luce e senza nubi.
La mia riserva d’acqua comincia ad assottigliarsi, così oltrepassata la cengia dopo i Tre Portoni, mi do alla ricerca della buca delle capre, un nevaio dentro ad una dolina carsica che mi è stata indicata approssimativamente dal gestore da un signore di Sant’Eufemia. Vado fuori sentiero perlustrando la spianata cotta dal sole e dopo non molto la trovo, con mia somma gioia avrò di nuovo le borracce piene.

Mi calo all’interno della dolina e raggiungo il nevaio, con il coltello scavo una buca di circa 40 cm di profondità, per togliere la neve di superficie, visto che ci vanno anche i caprioli e altri animali, che non si curano certo di non fare bisogni dove bevono. La imbottiglio nelle borracce e per estrema precauzione, la potabilizzo con le compresse di micropur forte. Sarebbe ora di pranzo, cibo ne ho a sufficienza ma, peccato, non c’è benzina per il fornello! Bene, oggi a pranzo liofilizzati crudi, così come alla sera e come il giorno dopo, fortuna che sono quelli specifici per l’alpinismo, quindi sono praticamente quasi del tutto già cotti, comunque crudi, sono un po’ croccanti e molto salati. Raggiungo il mio amato Monte Amaro dopo l’ennesima prova fisica, stanco ma non stremato, ben al di sotto delle mie possibilità.

Intanto a valle succede un avvenimento che mi coinvolgerà piuttosto da vicino. Una trentenne Ungherese di nome Sarolta Tripolsky a causa della nebbia si perde e finisce in qualche anfratto della montagna, non riesce più a risalire, ne a scendere, si trova intrappolata. Con il cellulare riesce a mandare un messaggio ai suoi familiari, dicendo di essersi persa nei pressi del monte Acquaviva dove sono passato poche ore prima.

 A dare l’allarme è il gestore del Hotel che l’aveva ospitata nel prato con la sua tendina, hotel dove ho pernottato una notte, ed avevano in custodia la mia macchina. Così il titolare sapendo che io ero in quota da alcuni giorni cerca di rintracciarmi tramite i Carabinieri, che per avere il mio cellulare arrivano a casa dei miei, in Umbria, e senza creare allarme (quando arrivano i carabinieri a casa, e sei in montagna…) chiedono il mio cellulare, che però tenevo spento per risparmiare le batterie in caso di bisogno. Scattano le ricerche della ragazza da parte del soccorso alpino, guardia di finanza e forestale.

Quella sera al bivacco Pelino che si trova esattamente sulla vetta del Monte Amaro,c’è stata una violenta tempesta che ha imperversato per tutta la notte, il rumore dentro al bivacco era quasi come all’esterno, l’aria si infilava nei boccaporti di areazione creando un boato sinistro e continuo. Il bivacco, così esposto ai venti, è stato costruito appositamente di forma geodetica, ma le raffiche di vento che ho registrato si aggiravano tra 80/ 90 km orari ed era come essere dentro un C-130 in volo. In alcuni momenti vibrava, avevo la sensazione che da un momento all’altro si staccasse e fosse scaraventato trecento metri più in basso, ma in realtà è ben piazzato a terra !

La mattina seguente ancora brutto tempo, nebbia fittissima, vento forte e probabilità di temporali verso le 14. Parto, percorro qualche centinaio di metri e mi accorgo di essere finito davanti al precipizio, ancora pochi metri e sarei finito trecento metri più in basso fracassato su una roccia. Piego sulla sinistra, convinto che riprenderò il sentiero nel giro di un centinaio di metri, la nebbia mi permette una visione di circa 8 metri, non oltre. Faccio quella che per me è la deviazione giusta e nel giro di pochi minuti … mi ritrovo in vetta a Monte Amaro, passo accanto alla croce a al palo che indica 2793 metri, e raggiungo di nuovo il bivacco ridendo, si perché ho girato esattamente in circolo ! Incredibile, non ho mai creduto a quelli che dicono di aver girato in tondo nella nebbia, eppure è successo anche a me.

 Ho riso da solo, ma al tempo stesso ho capito che con quel tempo era meglio restare un giorno in più al bivacco, mi sarei riposato. Saggia decisione, infatti tutta la giornata sarà segnata da un tempo pessimo, sempre nebbia, nuvole, vento forte. Impossibile scattare foto decenti con quella luce, resto a lungo a sonnecchiare sulla tavola dove ho steso il sacco piuma, con quel rombo del vento che a volte fa paura. In tarda mattinata entrano due ragazzi del soccorso alpino ed un uomo della Forestale.

Provengono dal vallone di Femmina Morta dove li ha lasciati l’elicottero, non potendo atterrare a Monte Amaro per il forte vento. Sono alla ricerca della ragazza scomparsa.  Sarolta smarrendosi nella nebbia è finita in un canyon delle Murelle, ma nell’sms che ha spedito ai suoi dice di trovarsi in un crepaccio in zona monte Acquaviva, questo ha rallentato le ricerche. E’ stata ritrovata viva 6 giorni dopo, sopravvissuta mangiando lucertole e lumache.

Per sua fortuna è andata a finire dentro una forra, quindi se da un lato è stata sfortunata perché si è trovata bloccata da pareti alte a monte, e da una cascata a valle che non poteva discendere senza attrezzature adeguate, dall’altra è stata la sua fortuna perché le alte pareti della forra l’hanno protetta dai forti venti di quei giorni, con un micro clima che non è certo quello rigido delle vette. Soprattutto, poteva dissetarsi con l’acqua della forra, altrimenti 6 giorni senza bere non sarebbe sopravvissuta.Il gruppo di soccorso mi chiede il tragitto che ho fatto in quei giorni, si informano sul mio programma, ma io insisto che a me non devono badare, i miei programmi sono troppo sensibili a cambiamenti. Rassicurati dalle mie attrezzature mi lasciano dopo un po’ nella solitudine rumorosa del bivacco sotto la tormenta. Mangio, riposo poi sonnecchio fin quando non vengo svegliato da due figure che si affacciano alla porta del bivacco. Mi guardano da fuori, poi richiudono la porta e se ne vanno.

 Quando mi sveglio, faccio il solito spuntino e… entrano 13 persone tra uomini e donne, più due ragazzi che sono già li. Stanotte saremo in 16 !
Evviva si fa festa, ecchè cavolo penso, neanche quassù si può passare una notte tranquilla. Immagino subito un’atmosfera chiassosa a suon di vino e grappini, non sono per niente felice. Invece dovrò ricredermi, non sono ne troppo musoni ne troppo chiassosi, persone piacevoli con le quali ho trascorso un piacevole pomeriggio ed una tenera notte.

Purtroppo i miei programmi subiranno due ulteriori cambiamenti. Il primo mi viene suggerito da un esperto della zona, scendere la valle cannella fino a Fara San Martino per rifornirmi di benzina, poi risalire un torrentello che mi riporta in quota, percorribile ma non segnato sulla mappa come sentiero. L’idea mi sembra ottima, anche per i posti stupendi che attraverserei. Accetto il suggerimento, ma nel corso della giornata devo prendere atto che con la nebbia persistente non posso avventurarmi in quel percorso, ne in altri percorsi della medesima difficoltà. Inoltre la nebbia rende impossibile fare foto e riprese video, uno dei motivi per cui sono quassù, perciò decido di anticipare il rientro e aumentare la posta.

Si, rientrerò a casa mi riposerò una settimana e ripartirò per un tour della Maiella ancora più lungo e complesso, alla ricerca di percorsi non battuti neanche dagli alpinisti della zona. L’entusiasmo che ricevo dalle nuove idee e da una mattinata di tempo discreto, mi permettono di fare una lunga e veloce marcia, dai 2793 metri del Monte Amaro fino ai 1600 dell’Hotel. Parto alle 7,30 di mattina dopo aver dormito solo tre ore e mezza, percorro circa 18 km tra alta montagna e strada asfaltata con lo zaino che ormai pesa “solo” 21 kg in 8 ore precise, una bella media non c’è che dire, almeno per me e sono soddisfatto. Ormai carico di adrenalina non mi fermo neanche in albergo, un caffè e via in macchina, dopo tre ore sarò a casa.

LE ATTREZZATURE UTILIZZATE-
Zaino militare da alpinismo Ferrino Col. Moschin, in configurazione 110 litri e copri zaino, contenente un pannello di irrigidimento del dorso estraibile ed utilizzabile come stecco benda per immobilizzare eventuali arti fratturati.
Sacca stagna contenente sacco piuma Ferrino diable 700wts.
Copri sacco per bivacchi all’aperto, Ferrino raider.
 Per il tour più lungo userò il bivi bag Ferrino modello “Folgore”
Materassino autogonfiabile .
Telo poncho todomodo lite.4 picchetti in ergal e 4 elastici con ganci.
Pentola inox fondo in rame (posso pulirla anche con sabbia e terriccio)
Tazza in titanio
Posate in titanio
Fornello multi combustibile Primus2 bottiglie da 0,4 litri in alluminio per benzina bianca
1 tanica da 5 litri per l’acqua
3 borracce da 1 litro in alluminio vetrificato per acqua
1 camelback da 3 litri
Filtro potabilizzatore chimico fisico Katadyn
Compresse per potabilizzazione chimica
Coltello Aitor JK1
Lacrimogeno con getto balistico 4 metri
Torcia frontale e batterie di ricambio
Torcia palmare e batterie di ricambio
Seconda sacca stagna contenente indumenti di ricambio e materiale fotografico
Pronto soccorso molto completo
Allarme acustico
4 Cyalume
2 candele
Tavolette combustibile solido
Kit minuteria riparazioni e sopravvivenza
Blocco note impermeabile
Carta topografica e bussola Silva
Stazione barometrica e anemometro Silva
4 preservativi ( fanno parte di tutti i kit di sopravvivenza militari come sistema per trasportare acqua, ma per quella ho le borracce, io li porto per l’eventuale uso per cui sono stati progettati)
2 teli termici alluminati
Scorta di fazzolettini umidificati e non.
Asciugamani in microfibra e set toilette
Bastoncini telescopici Ferrino

ABBIGLIAMENTO
Giacca tecnica Ferrino Kuffner
Polartec Ferrino
Pantaloni lunghi Ferrino Senguerr
Pantaloni Corti Blackhawack
Maglia tecnica XGO livello 1
Intimo X-Bionic
Calzini X-Bionic e Defcon5
Scarpe da running
Scarponcini trekking Trezeta

APPARECCHIATURE FOTO-VIDEO
1 Reflex digitale Pentax K7 tropicalizzata1 obiettivo 18-55 tropicalizzato Pentax1 obiettivo Tamron 70-300 Telecamera sonyCavallettoSeconda fotocamera LumixTelecamera scafandrata Hero Gopro Pannello solare pieghevole Brunton 12v per ricarica batterieConnettori vari e caricabatterieScorta di memory card

ALIMENTAZIONE
Ho suddiviso le mie necessità alimentari in sei pasti giornalieri, ciascuno ogni tre ore.Colazione: cereali, cappuccino in polvere, integratore all’arancia, proteine in polvere al 90%, aminoacidi ramificatiSpuntino: latte condensato, miele, aminoacidi, carboidrati veloci, tè verde amaro.Pranzo: liofilizzati Katadyn, generalmente carne e riso, proteine, aminoacidi, integratore all’arancia,tè verde.Spuntino: latte condensato, carboidrati, tè verde.Cena: piatto unico con carne e riso, integratore multivitaminico, potassio e magnesio, aminoacidi, proteine in polvere.Prima di dormire: aminoacidi, integratori di potassio e magnesio, multivitaminico, latte condensato, cereali. Scorta per 6 giorni a pieno regime, senza razionamento.

Grazie
A Claudio Di Tommaso
Alla giovane donna di cui non ricordo il nome, che fidandosi di uno sconosciuto con uno zaino monumentale e un lungo coltello alla cintura, si è fermata e mi ha accompagnato a Sant’Eufemia a Maiella.
Al gruppo che mi ha offerto una cena al bivacco Pelino
Ai ragazzi della falesia di Rocca Morice
All’ Agricampeggio Colle dei Lupi
All’Hotel Mamma Rosa
Alle sedi CAI di L’Aquila, Teramo, Chieti, Pescara, Sulmona.
Alle mie ginocchia
Un ringraziamento speciale ai miei piedi che lacerandosi di continuo, con spirito di abnegazione, hanno dato prova di fedele servizio.

Con questo mio trekking in solitaria voglio realizzare il desiderio di ripartire da zero e sentirmi spogliato da tante inutili sovrastrutture. Ho la necessità di un po di sana solitudine e silenzio, senza cellulari, traffico, rumori, nervosismi, senza internet, una solitudine che non è vestita di tristezza, la tristezza abita lontano.

Non sarà un punto di arrivo, ma una nuova partenza. Scelgo un posto ricco di natura e di storia. Un tempo frequentato da briganti, da santi, da uomini semplici e comunque spesso, molto saggi, come i pastori. In ognuna di queste figure riconosco un po’ di me stesso, anche se purtroppo o per fortuna mi ritengo un anticonformista di maniera, pertanto difficilmente riesco ad identificarmi in un personaggio.

QUAND’ ERO GIA’ SU
La furia del vento non mi da tregua, soffia nella mia direzione sparandomi in faccia raffiche di pioggia che in alcuni momenti mi rendono difficile respirare. Spero sia solo un veloce temporale estivo e guardo le nuvole cercando il sole. Intanto folate di vento e pioggia sono così potenti e viaggiano in direzione ostinata e contraria, orizzontalmente al terreno, spazzandolo. E’ come se mi sparassero acqua a pressione sulla faccia. Purtroppo non ho altre cose da fare, nessun rifugio prima del Bivacco. I fulmini che in genere accompagnano le tempeste estive sono molto pericolosi, perciò devo fare presto a raggiungerlo prima che faccia buio. Questa è la mia unica possibilità, non c’è altro da fare con questa pioggia pungente sul viso.

 Non mi importa di bagnarmi, mi cambierò, non mi mette pensiero la pioggia e il vento, temo solo i fulmini, con cui ho già avuto a che fare anni fa sul Gran Sasso. Indosso in fretta almeno la giacca in gore-tex e richiudo in fretta lo zaino, ricominciando a scendere lungo il costone roccioso su un evidente traccia di sentiero.Non capisco la velocità con cui le nubi si sono addensate, sembravano lontane sul Tirreno, ma in pochi attimi il cielo ha cambiato colore e si è passati dal caldo estivo ad una bufera con vento gelido.

Dovrei indossare una maglia in pile sotto la giacca impermeabile, perché sto davvero gelando con queste raffiche ghiacciate di vento e pioggia , ma non oso aprire lo zaino, per ora dovrò sopportare il freddo, cercando di camminare in fretta per riscaldarmi ed arrivare al più presto al bivacco, dove potrò passare una piacevole serata mangiando al chiuso, mentre sulle lamiere del bivacco la pioggia scatenerà la sua furia. Mi è sempre piaciuta la pioggia, specialmente quando posso sentirla stando al calduccio. Purtroppo quello che accadrà non sarà proprio questo.

IL CONCETTO DI PREPARAZIONE
Sono sempre stato un fautore dell’avventura senza allenamento specifico, in favore del’assoluto, in quanto credevo che se ti alleni diventa tutto relativo alla qualità dell’allenamento. In altre parole se non ti alleni vai in montagna secondo quelle che sono le tue forze reali, soffrendo e andando piano, secondo il ritmo che riesci a mantenere, se ti alleni puoi fare di tutto, relativamente a come e quanto ti alleni. “Non ci si allena a vivere, si vive e basta” scriveva Andrea Gobetti in un articolo su Manolo, verso la metà degli anni ’80.Però finchè sei giovane puoi anche ragionare così, ma con gli anni ho scoperto che è bene allenarsi anche a vivere per avere una piena coscienza di se e del mondo. Quindi se voglio andare in montagna senza tornare a brandelli devo allenarmi. A qurant’anni posso ancora permettermi grandi sforzi fisici che si avvicinano al mio limite , ma poi avrò bisogno di una settimana o due per dare tempo al mio organismo di riprendersi, sempre che non mi sia beccato una tendinite, perché in quel caso occorrono mesi per guarirla .

Quindi ben venga un allenamento programmato e specifico, anche perché devo perdere molti chili e tornare al peso forma, ricostruire fasce muscolari da troppo tempo trascurate, allenare le ginocchia a sopportare i continui piegamenti con un carico sulle spalle di 25 kg, e per brevi tratti anche 35 kg. Sono anche abbastanza solitario e spesso vado in montagna da solo anche per trekking di più giorni, devo però ammettere che stare da solo per 12 giorni , non è la stessa cosa.

C’è il fattore psicologico, quando sei da solo in un luogo isolato e difficilmente raggiungibile, vivi tutto in maniera amplificata, ogni decisione sul percorso non puoi confrontarla con nessuno, se il meteo cambia ed in montagna avviene spesso e piuttosto rapidamente, devi decidere subito e da solo la strategia migliore per ripararti da bufere e soprattutto dai fulmini e molte altre situazioni spiacevoli. Perciò se non si vuole trascorrere un periodo di panico è bene guardarsi allo specchio con cristallina sincerità verso se stessi e decidere prima se si è in grado di affrontare tutto questo.

Meditare lungamente sulle possibili reazioni che possiamo avere quando la situazione sembra sfuggirci di mano, quanta lucidità abbiamo in momenti di stress psicologico, ed allenarsi anche a questo, andando in montagna per periodi più brevi da soli, per familiarizzare con le proprie emozioni, le proprie paure, le proprie reazioni.Poi c’è la notte, il buio. Il buio da sempre e un po’ a tutti provoca sensazioni piacevoli se ci si sente sicuri, ma può creare anche il panico data la scarsa capacità dell’uomo di vedere nell’oscurità, ma anche per una serie di motivi ancestrali, radicati nel nostro essere da millenni di vita senza illuminazione notturna.

Così per la prima volta in vita mia, ho cercato e seguito come meglio potevo, i consigli di un allenatore, che saputo della mia idea di affrontare la Maiella da solo, si propone di aiutarmi nella preparazione fisica, così comincia ad allenarmi con un programma graduale per raggiungere una forma fisica che non ho più da tempo. Mi fido di lui e della sua esperienza, perciò eseguo ogni suggerimento con volontà e determinazione. Non ce l’avrei fatta senza il suo impegno, con un testone come me poi…

L'allenatore si sforza di farmi capire l’importanza di una alimentazione sana e corretta, si sforza di ripetermi continuamente che bisogna allenarsi con determinazione e serietà. Concetti semplici, ma io che dentro alle regole ci sono sempre stato stretto ho qualche difficoltà a mettere in pratica i suoi suggerimenti, però non posso deluderlo, anzi voglio dargli soddisfazione. Perciò consapevole del forte ritardo sulla tabella di marcia, mi metto a testa bassa ed eseguo gli ordini, o almeno ci provo. Si parte per una marcia zavorrata di 15 chilometri, 4 di salita un paio di chilometri in piano ed il resto tutta discesa spacca ginocchia.

 Avrei dovuto cominciare tre mesi prima della partenza ad allenarmi, non tre settimane prima, devo perdere almeno otto kg, e so già ora che non ce la farò in tre settimane.
Già salendo lui va veloce, si ferma spesso ad aspettarmi, e nelle pause io accendo subito la mia sigaretta. Poi parte e mi comunica soltanto il prossimo punto di randez vous. Mi sembra di essere il somaro che sbuffando va dietro al cavallo, con l’intento di carpirne i segreti. Comunque rotti gli indugi procedo alternando un giorno di allenamento aerobico (marcia veloce per almeno 45 minuti e dalle 3 alle 6 ore di bici) e un giorno di allenamento anaerobico (trazioni alla sbarra, flessioni, manubri).

LA PRIMA VOLTA, TANTI ANNI FA
Ero partito deciso quest’anno per affrontare questi dodici giorni di trekking solitario, sapevo quello che mi attendeva essendoci già stato alcuni anni fa e mi sono preparato mentalmente e tecnicamente. Niente di estremo sia chiaro, almeno secondo gli standard alpinistici o di qualsiasi altra disciplina sportiva che ha a che fare con la montagna, ma pur sempre montagna è, quindi necessita di prudenza, di sapere quello che si sta facendo e conoscere i propri limiti, a maggior ragione se la affronti da solo. I limiti, tutti ne abbiamo e non sempre è saggio tentare di superarli. Accettare la sconfitta significa poter ritentare, intestardirsi e non accettare il proprio limite o i limiti imposti dalle condizioni ambientali, può significare invece l’impossibilità di farlo ancora !

L’altra volta però non ero solo, ma con altri tre amici di avventure e degli 8 giorni di permanenza previsti abbiamo resistito solo fino al terzo. La scarsità di cibo ma soprattutto la poca acqua ci hanno indotto ad una ritirata precipitosa verso un supermercato, in cerca di salumi cocomeri e tutto quello che la fantasia poteva far affacciare ai nostri desideri di affamati. Ho il ricordo della fame e della sete, oltre che della gran fatica, ma soprattutto in mente ho il ricordo del primo pasto degno di tale nome. Dopo un giorno e mezzo di ritirata, compiendo uno sforzo notevole sotto il sole ero ormai privo di alimentazione da troppe ore e quando raggiunsi il rifugio gestito presi un panino con prosciutto formaggio e un filo d’olio e una coca cola .

Bene, se mi ci metto a pensare ancora ricordo la sensazione provata mentre mangiavo quel panino, sentivo proprio il nutrimento entrare in circolo e riacquistare un lieve benessere, boccone dopo boccone. Pensai a quelli che per costrizione, vivono quella esperienza quotidianamente. Avevamo talmente sofferto la fame la sete e tantissima fatica, che anche dopo esserci nutriti, avevamo tutti e quattro un tarlo, quello del cibo. Così dopo aver assaltato un supermercato abbiamo ripiegato sulle rive di un torrente con praticello verde, fontana, alberi dalle ampie fronde e ci siamo accampati li per un giorno e mezzo senza fare un bel niente, anzi, solo a mangiare cose succulente e succhiare cocomeri. Questa volta invece ho deciso di fare le cose per bene, con una logistica ben studiata, soprattutto per il fattore acqua, e un allenamento dedicato, sotto la guida del mio personal trainer.

PARTENDO DAL BASSO
Salgo a fatica in questa selva pietrificata e cotta dal sole. Mentre il cervello cotto dalla nostra stella rovente cerca in vano una risposta al questione che mi pongo da alcune ore, riuscirò a trovare anche solo una stilla d’acqua una volta raggiunta la sommità di questa foresta verticale fatta di pinnacoli rocciosi e sfasciume detritico tipo morena in fase terminale? Non lo so, è questo il punto,che io non lo so più se c’è la fonte qua sopra.Non so se l’ho mai saputo, o forse non me lo ricordo, ammetto che la stanchezza accumulata e il caldo feroce, mi rendono le idee piuttosto confuse. Percepisco la confusione e mi spavento di non essere lucido, in fondo quassù sono solo, e la poca lucidità porta a commettere errori che qui non posso permettermi. Di acqua ne rimane un litro, che basterà appena a soddisfare il mio bisogno per poche ore, quindi ho il tempo contato.

Arranco a fatica a passo di lumaca con il fiato lungo, in cerca di ossigeno e di ragione, le forze sono agli sgoccioli ed ogni due per tre mi appoggio ai bastoncini telescopici a riprendere fiato, con i piedi martoriati da una vescica che aspetta il quarto compeed, ma continuo seppur lentamente a mettere un piede dopo l’altro in questa perfida pietraia verticale. Il sole delle 3 pomeridiane è impietoso e soprattutto mi aspettano altre tre ore di via crucis più o meno alla stessa temperatura. In certi momenti sento che il corpo non riesce a raffreddarsi, anzi sembra aumentare di temperatura, tanto che quasi temo un colpo di calore.Scaccio il pensiero e continuo l’avanzata disperata verso la sommità, almeno per un po, quando mi convinco che forse è il caso di riposarsi , bere un sorso e ripararsi un pò dal sole, se non altro per vedere l’effetto che fa.

Appena trovato un terrazzo quasi pianeggiante e piuttosto libero dalle pietre, tolgo lo zaino ed estraggo un telo di alluminio, con i bastoncini da trekking costruisco un riparo dal sole, mi ci infilo sotto ed aspetto un attimo sperando di che il corpo scenda un pò di temperatura. Passa un po ma non sento miglioramenti così decido di usare l’ultima acqua, in parte la bevo e in parte, con molta parsimonia, la uso per bagnare polsi testa e collo lasciandone comunque ancora un goccio nella borraccia ormai bollente. Percepisco un leggero miglioramento, ma non posso usare altra acqua, posso già considerarmi in emergenza idrica, così sperando di trovare refrigerio ed abbassare la temperatura, mi viene l’idea di usare il ghiaccio spray, che ho portato nel caso di una storta o contusione.
Una leggera spruzzata di ghiaccio in testa sul collo e sulle braccia e tutto cambia, mi sento decisamente meglio e l’umore sale, il colpo di calore è scongiurato, però devo fare più attenzione, andare più lentamente con pause più frequenti. Colgo l’occasione della sosta per rifocillarmi con una barretta e un po’ di latte condensato, annaffiato con un micro sorso di acqua calda e dedicando i dieci minuti successivi a una boccata d’aria di MS Club marroni.

 L’ALITO DEL BOSCO
“Stanotte è venuta l’ombra, l’ombra che mi fa il verso, le ho mostrato il coltello e la mia maschera di gelso…”
Fabrizio De Andrè
Non può non venirmi in mente questa canzone quando ripenso a quella sera.
L’alito del bosco si leva con forza al calar della sera, sento la sua energia, il suo pulsare di vita. Dopo il caldo del giorno, la frescura cala su di me e su questo mondo montano. Odore di erbe e di fiori. Mille profumi arrivano con l’aria fresca della Montagna. Da solo è tutto più intenso, sia le belle emozioni, sia i timori ancestrali che scendono su di me insieme al tramonto. A quest’ora e con questa luce, tutto si trasforma in qualcosa di magico, di onirico. I pensieri che si affacciano alla mente sono pregni di qualcosa che sembra non appartenermi nella quotidianità cittadina, ed insieme ai profumi mi sembra di udire le voci dei briganti intorno al fuoco, mentre si preparano a scendere a valle col favore delle tenebre. Sento piccoli passi saltellarmi intorno, un lento batter d’ali come fosse un logoro mantello.

Un’ombra sembra trasformarsi in un essere animato, qualcosa si muove… tutto si ferma in un istante, il respiro fa troppo rumore e lo sospendo nell’intento di percepire anche il rumore più debole. Paura. Il silenzio diventa assordante ed anche il cuore sembra dar fastidio all’udito, dovrei sospendere anche il battito cardiaco per sentire meglio ogni fruscio, ogni rumore di passi. Immobile, pietrificato dalla paura, potrei restare tutta la notte così, con gli occhi spalancati che non osano battere ciglio, in attesa che qualcosa accada, qualsiasi cosa che mi tolga dall’immobilità. Niente accade per molti interminabili minuti.

Allora decido di muovermi io e con uno scatto prendo in mano il coltello ed accendo la torcia frontale illuminando l’ombra, cercandola con gli occhi spalancati dalla paura, mi giro di scatto per vedere chi c’è dietro di me poi ancora di scatto per guardare avanti, ma non c’è niente, assolutamente niente, oltre ad un ramo secco penzolante da un albero. Se ci fosse stato un amico insieme a me avrei riso forse, ma da solo, pur essendo certo che non c’è nessuno, non ho affatto voglia di ridere, resterò guardingo per tutta la notte, pronto a scattare al passaggio furtivo di un’ombra di montagna. Resta soltanto il silenzio,un silenzio abitato da mille sospetti.

Avrei anche sonno ma l’ombra mi ha reso inquieto e resto ad occhi aperti nel mio sacco a guardare le stelle. Intanto la mente vola tra la luce abbacinante del giorno e il ricordo dei mille passi fatti con un piede che avanza dopo l’altro con un ipnotico automatismo, per poi posare l’attenzione sulla freschezza delle stelle, in un cielo azzurro scuro limpido come mai. Il sonno sta aprendo le porte ai sogni che si affacciano dalle stelle e ciò che spesso dura poco questa sera sarà molto lungo. Per molto infatti resterò in bilico in quello stato tra sogno e veglia, in una terra di confine sconosciuta e misteriosa dove i sogni si mischiano alla realtà, dando forma a pensieri bizzarri e sfuggenti, sogni vividi come pensieri incoerenti. Alla fine il pensiero fugge lontano lasciando tutto lo spazio al sonno ristoratore ed al sogno libero di rigenerare le mente. Tornerà quando gli occhi si riapriranno nella fresca alba montana della Montagna madre.

Felice di questo sole assaporo ancora per un po il silenzio e la frescura della prima mattina, per poi raccattare le mie attrezzature sparse per terra e ricominciare l’ennesima giornata di fatiche. Ormai sono in “ discesa” tutto il difficile è stato fatto, dopo questa notte, trascorrerò un’altra notte in un bivacco, recupererò acqua e provviste lasciate alla partenza e dopo aver banchettato a sazietà scenderò al paese per recuperare la macchina. Risalendo il vallone quando sono a circa mezz’ora dalla vetta devo fermarmi a cambiare il cerotto compeed, o meglio i cerotti, visto che sono ormai sei o sette per ogni piede, compreso nastro da elettricista che si è attorcigliato e sento il dolore vivo della vescica con delle fitte lancinanti che non mi lasciano scampo, altra medicazione, altro cerotto.

Raggiungo il bivacco verso le 18.00, il sole ancora alto è forte, ma il vento asciutto lo rende sopportabile, anzi comincia a fare freddo.Lascio lo zaino all’esterno del bivacco, estraggo telecamera fotocamera e cavalletto per le foto di rito sulla vetta. Raggiungere la vetta è sempre un piacere, il coronamento di tante fatiche e di un sogno che si rinnova ogni volta.

VETTA
Come stai Monte Amaro? Saranno quindici anni che non ci vediamo, non ti trovo cambiato, si direbbe che non ti sia passato un anno, sempre burbero e tirchio d’acqua come prima, dai poche confidenze e ti lasci cavalcare solo dai pochi che umilmente sopportano tante fatiche per raggiungerti, eppure una volta giunti sulla tua groppa lasci che gli occhi raggiungano le isole Tremiti, permetti visioni che rinfrancano lo spirito acciaccato da una vita frenetica e insensata, fai respirare un’aria magica che ti resta nel cuore.

E Io? Ti ricordi com’ero? Ah si lo so che quassù vedi poca gente e quei pochi li ricordi tutti. Eh già avevo i capelli scuri, a me gli anni sono passati… Fumo ancora e smettila di farmelo notare, quassù c’è poesia non intrappolarmi in discorsi banali. Lo so che lo fai per me ma credimi c’è un tempo per ogni cosa ed in fondo tutti coloro che sono stati qui l’hanno scritto. Si tante avventure ho vissuto d’allora ed hai ragione a dirmi che nonostante tutto quello che ho passato la mia evoluzione è ancora lungi dal realizzarsi, ma lo vedi che io ce la metto tutta? Quando mi ci metto mi impegno lo sai.Ma chi sei tu? Dove sei e perché? Perché io ? Chi sono io? Quante domande vorrei farti e quante te ne faccio, ma a volte mi sembra di non sentire la tua voce nel frastuono della vita, so che mi rispondi ad ogni domanda, ma so anche che la tua voce ha bisogno di tutto il silenzio interiore per essere captata, per questo a volte scappo e mi rifugio in posti come questo.

Dammi la forza di resistere, dammi la forza di migliorarmi, di raggiungere la piena consapevolezza, la forza di raggiungerti, perché solo con te so che sarò nella pienezza, solo quando sarò tornato ad essere parte di te, di quell’immensa energia creatrice, dell’imponente forza d’amore che sprigiona il tuo essere.
Solo allora sarò tornato a casa, la mia casa, la casa del Padre. Ti prego di darmi questa forza perché a volte mi manca, e ti prego di darla a tutti coloro che la accettano, ed anche a coloro che non sono consapevoli, ma in fondo, hanno un cuore buono. Ti prego di darla a tutte le persone che amo, perché il solo pensiero che loro non possano vederti e sentire il tuo amore mi spezza il cuore e mi lacera le carni.

 Lo so… lo so … conosco bene la tua immensa misericordia, da far impallidire ogni misero gesto buono che compiamo noi e di cui ci compiacciamo, annullandone di fatto gli effetti superiori. Lo so…E tu sei ancora qui? Quindi mi hai ascoltato? Non fa niente, di te mi fido, ed in fondo era solo una preghiera. E’ ora di andare caro monte , la meta non è la vetta, per quanto bella sia, la meta è il viaggio, il percorso, perciò devo tornare perché io sono un viaggiatore, non un emigrante, almeno per ora !

UN LENTO RITONO
Inizio le solite procedure di preparazione del pasto, con la differenza che cucinando al chiuso non userò la benzina, ma la bombola di gas e dopo cena voglio gustarmi la tavoletta di cioccolato al latte che custodisco da giorni nello zaino per questa occasione. Questa tavoletta di cioccolata si è fusa ogni giorno col caldo e solidificata ogni sera, ma cosa vuoi che sia. Finita la cena è l’ora di quell’ammasso cartaceo informe che io definisco ancora tavoletta. Sublime ! una succhiata di latte condensato, un sorso d’acqua e l’ultima manciata di uvetta. Al mattino non mi sento in forma, acciaccato dal peso dei giorni di marcia zavorrata, però dopo una ricca colazione e una lenta vestizione, torno sulla cima del monte per un ultimo sguardo sul mondo mattutino inondato da luce fresca montana.

Nuvole nere e gonfie di pioggia mi appaiono all’orizzonte provenienti dall’Adriatico, non so ancora se sono dirette verso di me, però qualcosa mi dice che è ora di cominciare la discesa. Il mio viaggio si sta avviando verso una conclusione anticipata di 4 giorni (8 su 12 previsti), perciò che le nubi siano dirette verso me oppure no, a questo punto non fa molta differenza, sono desideroso di raggiungere al più presto l’ometto( sassi ammucchiati per segnalare il percorso) con l’acqua e le provviste.

Mi sento soddisfatto, le mie apparecchiature da ripresa contengono molto materiale, il mio spirito è ritemprato da questo viaggio nel silenzio della Montagna Madre, posso considerarmi soddisfatto di tutto. Mi aspettano due ometti pieni di acqua e provviste.  Per chi ama le montagne ogni salita su di un monte è sempre una piacevole esperienza, perciò mi sento bene e comincio la discesa di buon umore. Cammino in leggera discesa per un breve tratto di cresta poi il sentiero piega verso l’interno del massiccio, nascondendo il panorama.

 Sono ormai abituato a questo ambiente, e anche se le pietre che incontro sul sentiero hanno un aspetto ormai familiare, non perdo l’abitudine di stupirmi e di guardarle come pezzi unici. Dopo due ore di marcia il cielo si copre di nuvolette scure e nei tratti più esposti il vento ha un odore diverso. Ripenso a quelle nuvole lontane sul mare, ma so che non c’entrano niente, quelle erano troppo lontane per essere già qui. Sono quasi contento di avere una luce meno accecante e se il sole non batte a picco sulla pelle viaggerò un po più fresco, per fortuna il tempo mi ha assistito per tutta la durata del trekking.

Non faccio neanche in tempo a formulare questi pensieri che il cielo è plumbeo e dalla velocità con cui vedo scorrere le nuvole sembra che in quota ci siano forti correnti.Continuo per la mia strada ma minuto dopo minuto mi rendo conto che sta arrivando il classico temporale estivo, fino a quando lo vedo avanzare sul terreno.

 Gocce fitte e grosse sparate sul terreno polveroso alzano nuvolette tipo colpo di pistola, è un vero muro d’acqua che mi sta venendo incontro, precipitosamente apro lo zaino e indosso la giacca tecnica anti pioggia sopra alla maglietta, ma sotto resto in pantaloncini corti, tolgo gli occhiali da sole e metto la maschera per proteggermi le lenti a contatto, chiudo gli apparecchi fotografici nelle sacche stagne, chiudo lo zaino e dal fondo estraggo il copri zaino.
Mentre sto mettendo il copri zaino vengo investito dalla pioggia gelata, e da questo momento in poi non smetterà più.

Le gambe sono bagnate, ma la cosa più importante è il busto e dopo un attimo di riflessione ricomincio a camminare per non freddarmi.Cammino seguendo la facile traccia del sentiero. Il vento e la pioggia sparata addosso, in alcuni momenti mi intontisce. Mi fa un po paura un temporale quassù a 2600 metri, il termometro è sceso da 27 a 14 gradi e continuerà a scendere. Lontano ma non molto sento i primi tuoni, ci risiamo, come al Gran Sasso ! iI fulmini in montagna mi terrorizzano, sei completamente esposto, coperto d’acqua e con i piedi per terra… un conduttore perfetto ! In teoria occorrerebbe accovacciarsi a terra lasciando a debita distanza le piccozze e qualunque altro oggetto metallico, ma voglio andare ancora avanti, devo raggiungere al più presto il bivacco.

 La visibilità scende a causa della pioggia e della nebbia che comincia a formarsi, ma ancora vedo bene il sentiero che tra l’altro di tanto in tanto è segnalato da ometti alti mezzo metro.
Eppure con quel po di nebbia, l’acqua fitta, il freddo che mi è preso, e anche un po di agitazione, commetto un errore, non so come, non credo di aver attraversato incroci di altri sentieri ma dopo due ore non riconosco il sentiero che avevo fatto all’andata, mi viene il dubbio di aver sbagliato strada.Sotto la pioggia estraggo la carta nel suo involucro plastificato e con la bussola cerco di capire.
Quando la visibilità arriva a 5 o 7 metri, anche la bussola e la carta servono davvero a poco, comunque ad occhio e croce mi sembra di stare sulla giusta strada, ance se poi qualche grado di scarto della bussola, può portarti fuori traccia di molto. I fulmini che cadono vicino mi mettono ansia, ho freddo e le articolazione provate da giorni di cammino mi danno dolore, che situazione del cavolo, sono proprio confuso, continuo a scendere per quel sentiero, ma non sono così sicuro che sia quello giusto, come faro a trovare il primo ometto con l’acqua e le provviste?

 Vivo in uno stato di forte ansia, non posso perdere l’ometto, l’acqua non mi mancherà a questo punto, ma le provviste un po si, al limite passi per l’ometto e le provviste, ho ancora vari generi di conforto e nutrimento, ma se non arrivo al bivacco non potrei dormire per terra nella tormenta. Sembra la strada giusta, si è quella, mi sembra almeno… no, forse ho sbagliato due ore fa, dove cavolo sto andando?. Comincio ad essere intirizzito dal freddo sono le 19.00 ho ancora un’ora di luce, ma per andare dove?

Ormai è certo che ho perso il bivacco, ma non so dove sono, piove,c’è nebbia e di tanto in tanto sento un fulmine cadere a poche centinaia di metri, è facile capirlo, basta contare i secondi da quando vedi il lampo a quando senti il rumore. Pessimo umore, paura di passare la notte in mezzo all’inferno, neanche a dire di camminare di notte in mezzo a questa bolgia, anche se ho le torce,con la nebbia non vedrei ugualmente e rischierei di finire giù per qualche dirupo, terminando la mia vita macellato su una pietra 800 metri più in basso, poi se non si è sicuri di dove andare, meglio fermarsi per non rischiare di perdersi in maniera irreparabile.

Mi decido, andare oltre non posso, sfrutterò questa ora di luce tenue per approntare un riparo d’emergenza. Essendo nella parte alta della montagna, non ci sono alberi da poter tagliare per farsi un rifugio, e tendere il poncho sulla piccozza non mi sembra il caso visti i fulmini che continuano a cadere, bisognerebbe stare lontano da qualsiasi forma appuntita, anche dai massi.

In mezzo al terreno diventato ormai acquitrinoso cerco una piccola piattaforma sassosa, poggio lo zaino e per prima cosa mi segno la direzione da cui vengo e dove sto andando con delle pietre sul terreno, poi stendo il materassino cercando di non farmi strappare via il poncho dalle folate di vento.

Estraggo il copri sacco e ci infilo dentro il sacco piuma, con i teli alluminati il nastro adesivo e i cordini, impacchetto il copri sacco ed il suo contenuto, fisso a terra il poncho ai 4 angoli col cordino e 4 picchetti, infilo nel sacco un pantalone asciutto maglia di pile, piumino, intimo asciutto. Il più rapidamente possibile mi tolgo giacca e tutto quello che indosso e mi infilo sotto al poncho. Con grande difficoltà cerco di rivestirmi al più presto, cercando di non bagnarmi, ma ci riuscirò solo in parte, mi infilo nel sacco-piuma e poi trascino sotto al poncho lo zaino in modo tale che il poncho, passando sopra lo zaino, non mi stia proprio in faccia.

 Mi tolgo anelli bracciali e orologio per evitare scottature nel caso di essere colto da un fulmine a basso voltaggio e sopravvivere. Sono quasi le 20.00 non so se quello che sto facendo è giusto, ma poi se guardo le alternative, capisco che altro non posso fare, perciò va bene. Anzi va male, sono talmente in ansia che non ho voglia neanche di cucinarmi un pasto caldo, che invece viste le basse temperature ed il fatto che sono bagnaticcio, mi farebbe proprio bene.
Infatti alla fine dopo vari ripensamenti, decido di estrarre il fornello e cucinare a benzina, con mezzo fornello sotto il poncho e mezzo fuori, chiuso nel suo contenitore di alluminio. Lampi squarciano il cielo, 2 secondi e arriva il tuono, caduto a 700 metri, impressionante, una energia di tale intensità mi ridurrebbe in cenere all’istante. Lo so, sono pensieri che non si vogliono fare, ma quando fai attività che ti espongono ad un qualche tipo di rischio, devi metterlo in conto di poterci lasciare la pelle, anche se in quel momento, che la cosa acquisisce una certa probabilità, non vuoi crederci, non vuoi che accada.

 Ho provato rabbia in quel momento, poi ho capito, non dovevo provare rabbia. Ho pregato ad alta voce di salvarmi, come feci 7 anni fa durante un’altra tempesta di fulmini sul Gran Sasso. Ho pensato ai miei e a quanto dolore avrebbero provato, allora ho deciso di scrivere per loro, per scusarmi del dolore che gli procuravo con la mia morte, per dirgli che gli volevo bene e che in fondo ero morto facendo quello che mi rendeva felice.
Poche parole scritte in un frangente che non permette affatto di concentrarsi su queste cose, poche parole scritte mentre l’acqua iniziava a penetrare anche sotto al poncho bagnandomi la faccia con rivoli d’acqua gelida misti a lacrime e a contrazioni nervose del ventre, che ben presto divennero così forti e spasmodici da doverli liberare con un urlo, un pianto libero e gridato sotto il frastuono della tempesta.Ho bisogno di un tranquillante, apro nuovamente lo zaino.

 Se devo morire oggi, voglio almeno che avvenga con un minimo di serenità, e dico si all’ansiolitico d’emergenza. I minuti passano con una lentezza incredibile, in queste situazioni il tempo si dilata si espande, si ripiega su se stesso e ti lascia contare i secondi tra un lampo e un tuono, con la speranza che colpisca altrove. Il tempo in situazioni di pericolo prolungato perde di significato, quasi non conta più, passavo dalla rassegnazione che sarei stato colpito, alla reazione, a quella spinta innata di speranza e sopravvivenza, che mi faceva dire che ce l’avrei fatta, era solo un brutto incubo, presto la tempesta sarebbe finita.

Ad un certo punto ho pensato di rifare il bagaglio e partire, che non aveva senso aspettare la morte passivi, ma poi, rifletto… dove vado, mi sono perso, rischio di allontanarmi ancora di più, è buio c’è tempesta e nebbia, anche con due torce avrei scarsissima visibilità, potrei precipitare nel baratro, centinaia di metri più in basso. Non ha senso, devo aspettare qui se voglio avere una possibilità.
Sarebbe bastata una tendina monoposto per ripararsi un po meglio dalla pioggia, ma tanto con i fulmini sarebbe stato lo stesso, la tenda ha la paleria in alluminio, sarebbe diverso arrostire in un sacco o dentro un tendina?

LA FINE
I miei occhi sono spalancati. L’inferno non è solo intorno a me ma anche dentro di me. Si susseguono momenti di speranza a momenti di scoraggiamento, un’altalena sfibrante che prelude al crollo totale dei nervi. So già che i nervi prima o poi non reggeranno e perderò lucidità, quindi a prescindere dalle condizioni esterne, potrei commettere degli errori fatali, quegli errori che si compiono solo se non si è lucidi. I miei occhi sono spalancati, di rado battono le ciglia. Sono e restano spalancati per molto, come una fessura dalla quale l’anima osserva ciò che la circonda. Sono e restano spalancati per ore, fin quando quasi alle 23, la tempesta comincia a scemare. In poco tempo cessa la pioggia, resta solo un vento gelido che fa correre la bruma sopra i sassi bagnati.

La fine dei fulmini e della pioggia non la vivo come una vittoria, perché non è affatto dipeso da me, neanche provo sentimenti di gioia, mi sento soltanto vuoto. La forte paura ha lasciato in me un vuoto che non riesco a colmare con la felicità dello scampato pericolo, forse perché finché non calerà la nebbia, non saprò con esattezza dove sono, anche se questo è un problema secondario, non sarà troppo difficile di giorno ritrovare la giusta strada.

 Di sicuro sento di poter allentare la tensione nervosa, sento che i miei occhi possono rilassarsi e piano piano, grazie anche all’effetto di un blando tranquillante, possono continuare il loro incessante battito e scivolare lentamente nel sonno. Al mattino mi sveglio prima del solito, quando ancora buio e guardo fuori, trovo ancora la bruma ad impedirmi di vedere. Aspetto il primo sole e con i rari sprazzi tra un banco di nebbia e l’altro, grazie alle frecce fatte con i sassi ritrovo il giusto percorso.

Tra circa 9 ore sarò alla macchina, anche questa volta ho avuto ciò che volevo, un esperienza dalle tinte forte e tenui al tempo stesso. Ho avuto la possibilità di vedere meglio dentro di me, di scoprire forze e capacità che non mi riconoscevo, di capire anche quanto a volte sono inutili le proprie forze e le proprie capacità.

 Ho avuto molto, davvero molto. Non tornerò col sorriso sulle labbra, perché il mio comportamento non è stato perfetto, per quanto io sia prudente, sono stato poco preciso nel seguire il percorso, mi sono distratto dietro alle meraviglie della natura trascurando l’orientamento, non sono stato meticoloso, come non lo sono nelle cose di tutti i giorni. Per questo, anche se aiutato da una serie di eventi imprevisti, mi sono messo in pericolo.

Si voglio essere rigido con me stesso in questa circostanza, se voglio tornare in montagna o in qualsiasi altro luogo simile e tornare anche a casa, non posso essere indulgente verso me stesso, ma l’equilibrio mi impone anche di essere obbiettivo, mi impone di assaporare la giusta dose di soddisfazione perché, come diceva Omar Khayyam, la vita è un viaggio e chi viaggia vive due volte.

Andrea Proietti Corvo





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martedì 19 maggio 2015

TECNOLOGIE GREEN- ILLUMINAZIONE SOLARE GRATUITA PER INTERNI

Negli anni scorsi, fino al 2007, l'investimento di una famiglia normale era orientato nell'acquistare magari la seconda macchina
Testo
Negli anni scorsi, fino al 2007, l'investimento di una famiglia normale era orientato nell'acquistare magari la seconda macchina, la seconda casa, accantonare più soldi possibili, magari con investimenti bancari o assicurativi anche rischiosi e via dicendo.

Il mondo sta cambiando e molto velocemente. In quest'epoca di incertezza totale sul futuro è mia ferma opinione svincolarsi il più possibile dal “mercato”, e crearsi una propria indipendenza e autosufficienza, sotto ogni aspetto della propria vita.
Riprendiamoci la vita in maniera Green.

Diamo uno sguardo al sistema di illuminazione sperimentato con successo nelle baraccopoli di Manila, nelle Filippine, dove migliaia di persone vivono in baracche attaccate le une alle altre, dove all'interno è buio anche di giorno, rendendo gli ambienti anche pericolosi soprattutto per i bambini.

Il sistema è semplicissimo e parte dall'idea sviluppata da un gruppo di studenti americani del Massachussets Institute Tecnology.
 Si recupera una bottiglia pet da 1,5 litri e la si riempie di acqua a quel punto ci si mettono alcune gocce di ipoclorito di sodio (varechina) in modo che l'acqua non marcisca poi la si chiude ermeticamente.

Successivamente si pratica un foro delle dimensioni della bottiglia sul tetto, e si fissa la bottiglia in modo che rimanga mezza fuori e mezza dentro la capanna, sigillando con silicone.

In questo modo la luce del sole filtra dalla bottiglia producendo una uce bianca pari ad una lampadina da 60 watt e più bottiglie vengono messe più si avrà un ambiente luminoso.

Certo, questo sistema è da “manuale del povero”, ma non abbiate paura, ci sono anche i tubi solari o solar tubes, sia artigianali, sia quelli più performanti tutt'altro che economici prodotti da varie aziende, ma sicuramente si ammortizza il costo iniziale negli anni a venire.

Sono costituiti da un captatore montato sul tetto che immette luce solare in un tubo con l'interno specchiato, alcuni hanno delle lenti interne e vari tipi di diffusore finale.
Ottimi per gli angoli meno luminosi della casa, per i seminterrati o le cantine, garage, magazzini etc.
La loro efficienza  in alcuni prodotti arriva fino a 12 metri dal captatore.

In conclusione investire nel Green fa bene alle tasche oltre che alla natura.

Il mondo sta cambiando, affrontiamo i cambiamenti in maniera saggia!

Piero San Giorgio: “Organizzatevi in comunità, il sistema sta crollando”

Roma, 8 mag – 2015
Cosa faresti se domattina ti svegliassi e il mondo non fosse più quello che conosci? Se dai rubinetti non uscisse acqua, se l’interruttore non accendesse nessuna lampadina, se dal bancomat non uscissero più banconote? Saresti capace di organizzarti di fronte al caos? È la domanda che si è posto lo svizzero Piero San Giorgio, autore del saggio Sopravvivere al collasso economico (Morphema), già best seller in Francia. Stasera presenterà il suo libro a Roma, presso la sede di CasaPound, in via Napoleone III numero 8, alle ore 21. Il Primato Nazionale lo ha intervistato.

Che cos’è il collasso economico di cui parla il libro?



Il collasso è la conseguenza della convergenza di varie crisi molto pesanti, tutte già cominciate: sovrappopolazione, esaurimento delle risorse energetiche, perdita di terreni capaci di produrre cibo, crisi idrica, crisi ecologiche e ovviamente crisi finanziaria, che poi è il detonatore di questa immensa convergenza. La crisi finanziaria dimostra che i paesi occidentali non sono più capaci di crescere, dato che negli ultimi 20 anni abbiamo solo prodotto debito. Il crollo economico dell’economia globale è già cominciato. Secondo me il collasso ci sarà nei prossimi 10 anni. Ovviamente le conseguenze varieranno da nazione a nazione.

Ci aspetta uno scenario post-atomico o dobbiamo immaginare qualcosa di meno radicale?

Fino a sei, sette anni fa avrei detto che l’espressione “post-atomico” era esagerata. Ora non ne sono più tanto sicuro. Il fatto è che quando l’economia Usa crolla, loro giocano tutte le carte che hanno in mano. Quindi esportano caos per porsi ancora come indispensabili. Poi questo caos diventa ingovernabile, come spesso accade. Gli Usa hanno 320 milioni di abitanti e meno dell’1% di loro produce cibo. Molti di loro vivono in grandi città e sono del tutto incapaci di provvedere autonomamente a se stessi. Ovviamente, come dicevo, ci saranno scenari diversi in base alle differenti nazioni. Paesi come Norvegia, Svizzera o Giappone sono avvantaggiati. Non così per Francia o Inghilterra. L’Italia è in bilico, ce la potrebbe anche fare perché gli italiani sono particolarmente bravi a gestire il caos.

Qual è allora la soluzione per sopravvivere al collasso?

Io parlo di “Base autonoma durevole”. È un concetto che serve a spiegare un metodo. Va inteso in senso flessibile, è più una sopravviveremetodologia generale. Base: perché c’è la necessità di radicarsi. Non si può più essere nomadi, bisogna scegliere una terra in cui resistere. Autonoma: nel senso dell’autarchia, del non dipendere da nessuno. Durevole: perché non si sa quanto durerà la crisi. Non è un mese, non è due anni. Se crolla il sistema globale dobbiamo pensare a una resistenza che duri per più generazioni.

Quali sono i punti base da cui partire?

Io ne indico sette. Sette priorità a cui far fronte in caso di collasso economico. Sono: acqua, cibo, igiene e salute, energia, cultura e conoscenza, difesa, legame sociale. Bisogna ripartire dalle comunità, non possiamo più permetterci di essere individui, non possiamo ripetere gli errori del secolo scorso. Bisogna tornare a far parte delle tribù.

Sembra una visione un po’ apocalittica…

Al contrario, io propongo soluzioni pragmatiche e meno caricaturali di quelle che ci si può immaginare. Bisogna organizzarsi, creare comunità, rifondare una cultura. Dobbiamo salvaguardare la cultura europea, dopo il collasso non ci sarà bisogno solo di competenze tecniche, ma anche di conservazione della cultura.

Lei applica anche a se stesso le sue teorie?

Se le mie fossero solo teorie non varrebbero nulla. Io avevo un lavoro normale, ero un manager, viaggiavo molto. Ero, come mi piace dire, “nel lato oscuro”. Ora ho lasciato il lavoro, ho una cascina, ho installato i pannelli solari, ho un orto, ho imparato a prendere acqua dalle sorgenti. Però tutto questo senza esagerare, gradualmente. Ho ancora un appartamento in città, la mia famiglia fa una vita normale. Non serve un cambiamento radicale, serve apprendere un metodo, si può agire un po’ per volta, a piccoli passi. Alle conferenze spiego alla gente che deve iniziare a riflettere. Io non sono un guru. Le persone devono imparare ad agire. Chi agisce ce la può fare, noi ce la possiamo fare, la mia visione non è negativa. Solo chi non agisce non ce la fa.

Adriano Scianca

Fonte ilprimatonazionale.it/